Movimenti di liberazione nazionale e sociale contro troika e austerity UE

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Affrontare il tema della liberazione nazionale e sociale contro la troika e le politiche di austerità dell’Unione Europea significa affrontare il tema della democrazia. Infatti, è sempre più evidente come l’Europa contemporanea si trovi in una vera e propria emergenza democratica: autorità sovranazionali (FMI, BCE, UE) tentano di porre tra parentesi la sovranità popolare, con il consenso interessato della classe politica che dirige gli Stati-nazione più importanti e le borghesie di questi. Si tratta di un processo in atto da almeno un ventennio ma giunto al culmine durante la crisi dell’Eurozona, provocando la crescita di movimenti ostili allo stato di cose presenti. È quindi possibile comprendere l’importanza dei movimenti di liberazione nazionale, indipendentisti, perché questa crisi possa risolversi in senso progressista e non reazionario, perché sia messo in discussione l’europeismo come progetto di creazione di un polo capitalista europeo e di federazione non democratica in quanto dominato dagli Stati-nazione oppressori delle nazionalità storiche e, di fatto, indirizzanti la politica attuale dell’Unione Europea. Crediamo sia necessario ritornare alle radici della Rivoluzione Francese; evento storico che ha dato i natali tanto al nazionalismo di liberazione quanto ai movimenti di emancipazione sociale.

La Grande Reazione Europea

Convenzionalmente la Rivoluzione francese è indicata come la madre del nazionalismo come rivendicazione democratico-borghese contro l’aristocrazia feudale e il potere assoluto del sovrano; ciò segnò l’ingresso della nazione e delle masse sulla scena della storia con tre grandi innovazioni:

1. La sovranità appartiene al popolo e non ad un’aristocrazia illuminata o per diritto di sangue
2. La storia può cambiare: il progresso è insito nella natura della società
3. Il popolo, con la sua mobilitazione e organizzazione, può incidere nel cambiamento con una rivoluzione o condizionando le scelte di chi detiene il potere, per migliorare la propria condizione.

L’era neoliberale in Europa, iniziata negli anni’90, al contrario, ha rappresentato una grande reazione del Capitale con l’accelerazione della costruzione del polo capitalista europeo. Questa ha avuto come basi la moneta unica e la BCE come istituzione antidemocratica. Questi due elementi sono stati necessari per conciliare gli interessi opposti della Germania appena riunificata- che si voleva ingabbiare affinché non diventasse una potenza con ambizioni egemoniche, le stesse che avevano provocato i due ultimi conflitti sul continente- e degli altri paesi, specie mediterranei (Italia, Francia in particolare), tramite una sorta di scambio: la Germania ha dato agli altri la propria moneta (l’Euro è più debole del marco e più forte della Lira e delle altre vecchie monete mediterranea) e gli altri Stati hanno acconsentito alla creazione di una Banca Centrale più intransigente della stessa Bundesbank. In questo modo, gli Stati ad alto debito pubblico (Italia, Spagna, Grecia) hanno potuto continuare ad indebitarsi a tassi d’interesse inferiori; la Germania non ha rinunciato al suo modello di Banca Centrale, anzi ne ha ricevuto uno rafforzato: la BCE ha come unico obiettivo chiaro ed esplicito il controllo dell’inflazione; non deve rendere conto a nessuno (né al Parlamento Europeo, né ai parlamenti o ai governi eletti dei singoli Stati) del proprio operato; il suo Statuto può essere cambiato soltanto con l’unanimità dei paesi membri dell’Unione. Per comprendere questa creazione è importante tenere conto del contesto culturale in cui essa è avvenuta: l’adesione alla dottrina neoliberale, caratterizzata dal rifiuto di qualsiasi intervento pubblico a sostegno dell’occupazione e della domanda, in quanto foriero di alti tassi d’inflazione. La stessa dottrina ha poi prodotto altri pilastri dell’Europa contemporanea, da noi più sentiti in quanto giovani lavoratori e studenti: la creazione di una politica comune dell’istruzione superiore (Bologna Process) e la promozione di una politica del lavoro comune (flessibilità, precariato). Politiche funzionali alla creazione di un polo capitalista europeo, penalizzante le periferie dei singoli Stati, come la nostra nazionalità; perciò l’opposizione a tali politiche è stata una caratteristica della nostra organizzazione.

Il contesto storico-economico, invece, è quello di una reazione del Capitale contro le conquiste sociali degli anni precedenti: in particolare, contro lo Stato sociale ed i diritti dei lavoratori, ottenuti sotto la minaccia di una rivoluzione socialista e della forza contrattuale dei movimenti sociali e dei partiti di Sinistra. Significativa l’ascesa della diseguaglianza sociale e delle ricchezze che ha accompagnato il processo europeista dell’ultimo ventennio, epoca in cui ha avuto luogo una redistribuzione del reddito dal basso verso l’alto con un passo indietro di circa un secolo (vedi Piketty) sul piano dell’uguaglianza sociale. Entro gli Stati-nazione si è affermato il liberalismo centrista (le socialdemocrazie aderiscono al campo liberista, costituendo un bipolarismo falso, perseguendo le medesime politiche economiche e sociali).

Così, possiamo dire che si sono compiute tre regressioni storiche rispetto alla rivoluzione francese:
1. Il potere politico spetta ad una nuova aristocrazia illuminata dall’adesione al neoliberismo (classe politica del duopolio liberale, tecnici “competenti”- vedi Monti, Papademos; vedi l’ostilità verso Syriza e tutti i movimenti di opposizione al sistema, classificati come “populisti”).
2. La storia è finita: la globalizzazione per mezzo del trionfo del capitalismo neoliberale su tutto il pianeta è il traguardo dell’umanità.
3. Il popolo non può incidere in alcun modo; anzi dovrebbe astenersi dalla sovranità per il suo stesso bene (non preoccupare i mercati, gli investitori stranieri- vedi il tradimento del referendum in Grecia ed il tentativo di bloccare un governo di Sinistra in Portogallo)

Tuttavia, abbiamo assistito ad un grande paradosso: durante questa era di reazione si è verificata la crescita dei movimenti di emancipazione nazionale in tutta Europa. L’europeismo, la globalizzazione, la cessione di sovranità degli Stati centrali (la loro apparente debolezza) anziché provocare un livellamento generale ha accresciuto la volontà delle comunità nazionali storiche di governare questo processo di cambiamento, di non subirlo passivamente. Perciò, emerge ovunque la necessità di uno strumento politico (maggiori spazi d’autonomia o Stato indipendente) per attuare politiche in favore della maggioranza delle persone, in contrasto con le politiche neoliberali perseguite a livello centrale sempre utilizzando lo strumento dello Stato. Possiamo dire, in questo senso, che i nazionalismi progressisti si pongono di traverso alla narrazione dei nazionalismi reazionari degli Stati oppressori, che- dopo aver applicato consapevolmente e per gli interessi delle proprie borghesie di riferimento le politiche antisociali, utilizzando lo scudo dell’Europa- ora vorrebbero recuperare la piena sovranità utilizzando il mito di un’Europa sovrastante, come se questa non fosse stata indirizzata dagli stessi Stati, e di una Germania “cattiva”, le cui scelte sono state a lungo tempo condivise.

Intanto, il contesto storico-economico e culturale che ha favorito la creazione del polo capitalista europeo sta mutando: la Crisi del 2008 ha indotto i movimenti antisistema a mettere in soffitta l’idea di Impero (vedi Negri) a riscoprire sia l’esistenza dell’imperialismo- o degli imperialismi- quanto dello Stato non come un’istituzione superata ma come molto attuale, non solo per applicare determinate politiche progressiste ma anche per gestire la globalizzazione (in Sudamerica già da tempo è in atto un processo anti-neoliberista, a differenza di quanto avviene in Occidente, grazie all’uso degli Stati indipendenti; ascesa BRICS evidente con il declino dell’egemonia statunitense, crescita altri paesi come Vietnam dimostra ulteriormente il ruolo attuale dello Stato indipendente, con una classe politica autonoma e non in comunione con poteri esterni, nello sviluppo economico di un paese e nella gestione del processo di globalizzazione economica in modo ottimale per la nazione) .

La Crisi dell’Eurozona (2010) ha rappresentato il culmine della suddetta reazione neoliberale, con la conseguente delegittimazione crescente del neoliberismo e della classe politica bipolare entro gli Stati. La Grecia- malgrado la sua indipendenza statale- è emersa come questione nazionale a causa della propria dipendenza economica e politica nei confronti di autorità esterne che hanno sostituito la sovranità popolare. L’Europa ha perso l’immagine di area di sicurezza, diritti sociali, di libertà e di pace unica al mondo. I nazionalismi di Sinistra emergono come protagonisti contro la regressione neoliberale (vedi crescita Sinn Fein, CUP, ERC BNG e Anova, Bildu) e lotta contro il duopolio liberale assieme ad altri movimenti su scala statale (Podemos, Syriza, KKE, la Sinistra portoghese, il Labour di Corbyn). I movimenti indipendentisti devono avere un ruolo nella rinascita democratica europea contro la troika, l’austerity, la UE e le classi dirigenti degli Stati-nazione: portano avanti il principio del diritto a decidere e della sovranità del popolo sul territorio in cui vive.

Tuttavia, la crisi europea può trovare una soluzione reazionaria. La crisi dell’Eurozona, infatti, ha mostrato una forte divergenza di interessi tra Nord e Sud Europa- prima tenuti assieme dalla stabilità dell’Euro, che garantiva bassi tassi d’interesse per i paesi mediterranei ed un grande avanzo commerciale per la Germania in primis- che potrebbe essere risolta- come avvenuto in tutti i grandi poli capitalisti nel mondo- solo tramite l’affermazione di un’egemonia accettata passivamente o con la guerra. Visto che entrambi i casi sono piuttosto improbabili, la soluzione potrebbe essere un ritorno agli Stati-nazione, con l’ascesa dei nazionalismi reazionari degli oppressori. Un’altra soluzione conservatrice può essere la ristabilizzazione delle economia: il quantitative easing varato dalla nuova direzione BCE di Mario Draghi sta già mostrando effetti “benefici” o la nuova regolamentazione finanziaria (Basilea 3). Il nuovo equilibrio economico impedirebbe di toccare la questione dell’uguaglianza e di rimettere in discussione le politiche reazionarie sul lavoro, quindi neutralizzando tutti i movimenti antisistema. L’Irlanda, ad esempio, pare essersi ripresa dopo aver seguito le politiche di austerità; potrebbe essere l’esempio di soluzione reazionaria alla crisi.

La Sardegna e la Grande Reazione Europea

Questo ventennio reazionario ha coinciso, nella nostra isola, con la fine della Rinascita e l’avvio di un processo di ridefinizione della classe politica unionista. Questa è entrata in crisi non solo con il disincanto popolare riguardo il Piano di Rinascita- già manifestatosi in occasione del vento sardista degli anni’80- e la fine del consistente flusso di denaro che le ha permesso di creare consenso, ma anche con la fine della vecchia classe politica italiana (tangentopoli, la fine dei grandi partiti italiani di massa- DC, PCI, PSI- e la loro sostituzione con partiti in continuità con essi ma del tutto privi della loro capacità di organizzazione, mobilitazione e coinvolgimento sul piano emotivo). Specie a partire dal sorismo (2004-2008), il duopolio unionista ha indossato una maschera sardista al fine di coprire il proprio vuoto ideologico, la propria continuità con la vecchia classe dirigente autonomista oltre che la mancanza di un progetto di sviluppo sardocentrico. Esempi: sovranità del popolo sardo nella statutaria (2007); flotta sarda (Cappellacci), lingua sarda (anche per SEL, richiamante l’eredità del PCI) e agenzia sarda delle entrate bipartisan; proposta referendum indipendenza (votata da 26 consiglieri regionali nel 2012, bocciata per un solo voto).

Inoltre, a partire dagli anni’90, con la crisi del capitalismo di Stato italiano- subentrato massicciamente negli anni’80 per sopperire alla crisi petrolifera che colpì duramente la politica dei poli industriali e i suoi protagonisti privati, come la SIR- si assiste ad una massiccia penetrazione del capitale internazionale. La maggiore sensibilità rilevata verso la sardità può essere, come nel resto d’Europa, anche il segno della volontà di avere il controllo della propria economia e la capacità di gestire in modo indipendente il processo di globalizzazione e di integrazione europea.

L’indipendentismo, negli ultimi venti anni, è cresciuto, quindi, per ragioni interne ed esterne l’isola: ambiente favorevole perché certi messaggi potessero passare, a differenza di quello trovato dall’indipendentismo precedente gli anni’90, appunto a causa della fine della Rinascita. Inoltre, si è verificata la crescita di comitati popolari in difesa dei territori; ulteriore segno, sebbene non necessariamente dotato di consapevolezza e maturità politica sardista, della crescita della volontà di autodeterminazione della nostra comunità nazionale. A ciò bisogna aggiungere anche le mobilitazioni contro il nucleare, contro le scorie, contro le scorie industriali, contro l’occupazione militare.

L’indipendentismo “moderno”- a causa dei dogmi della iRS storica- negli ultimi dieci anni ha formato i propri militanti con l’idea di Europa unita come orizzonte necessario, parlando addirittura di “Sardegna modello Irlanda” seguendo il mito della tigre celtica, poco prima che l’isola gaelica venisse travolta dalla crisi a causa delle sue politiche neoliberiste. Questo atteggiamento ha fatto sì che il nazionalismo sardo- a differenza dei movimenti analoghi in Europa, dallo Sinn Fein alla CUP- si ritrovasse del tutto impreparato di fronte alla nuova situazione creatasi con la crisi dell’eurozona e la diffusione di un sentimento sempre più euroscettico. Sino ad ora, dunque, l’indipendentismo sardo si è dimostrato incapace di fornire un progetto nazionale sardo di emancipazione sociale contro le politiche europee nefaste per la maggioranza del nostro popolo.

La disoccupazione generale aveva un tasso di circa il 12% alla fine del 2008 ed è ora al 18% che diventa addirittura un 32.2% sommando anche gli inattivi (secondo trimestre 2015); la disoccupazione giovanile- tra i giovani tra i 15 e 24 anni- era al 32.5% nel 2009 mentre è al 50.2% oggi, per quelli tra 15 e 29 anni siamo ad oltre il 40%; le famiglie al di sotto del tasso di povertà erano il 20.7% nel 2012 ed il 24.8% nel 2014. (ISTAT)

Pigliaru è stato l’equivalente sardo dell’aristocrazia tecnocratica sul continente europeo. La sua elezione porta con sé il medesimo messaggio reazionario dominante: la competenza vince sulla volontà popolare; la vecchia classe politica di sistema (unionista)- specie quella che ha invocato a gran voce il “tecnico” per salvare l’isola dalla crisi- che ha tutelato se stessa mediante una legge elettorale antidemocratica è quella responsabile; i nuovi movimenti che contro di essa si battono, sono stati etichettati come irresponsabili, incompetenti e inadeguati a governare. Il cosiddetto “sovranismo”- la cooptazione di una parte opportunista dell’indipendentismo sardo entro l’oligarchia che detiene il potere politico e gestisce l’apparato tecnico amministrativo regionale- è ben inserito entro la regressione culturale europea degli ultimi venti anni. Il tentativo di diffondere l’idea di una politica che ha esclusivamente valenza di gestione, a livello “istituzionale”, di potere; ogni progetto di alternativa e opposizione al sistema è inquadrato negativamente, come “mera testimonianza” o “mancanza di responsabilità” di governo. È il tentativo di neutralizzare la lotta di liberazione nazionale, di rendere gli indipendentisti innocui come parte del sistema (processo analogo alle socialdemocrazie europee verso il liberismo); sminuire la dimensione della lotta, di politica come scontro e dell’indipendentismo come un processo di emancipazione e movimento che cerca di inserirsi entro le crisi per volgerle in senso rivoluzionario (recepimento del messaggio reazionario su fine della storia e ostile alla sovranità del potere); il PdS si è inoltre distinto come partito “indipendentista” dei notabili.

Di fronte al peggioramento della condizione sociale di giovani studenti e lavoratori negli anni della crisi europea, la Giunta Pigliaru ha dimostrato di non avere alcun progetto alternativo sardocentrico, di condividere le politiche europee e italiane (applicazione Garanzia Giovani, vanto dei risultati del Jobs Act, che hanno visto l’aumento di contratti a tempo indeterminato a causa degli incentivi e della facilità dei licenziamenti, nessuna opposizione alla Buona Scuola, richiesta al governo di un Masterplan per il Mezzogiorno) di favorire progetti di dipendenza (Piano Sulcis, investimenti del Qatar, Matrica- forse tramontata…). Inoltre, la RAS si è impegnata al rispetto del pareggio di bilancio.

È necessario che il movimento di liberazione nazionale sardo sappia coinvolgere le energie nuove rappresentate, oltre che dai comitati che abbiano citato precedentemente, anche da una gioventù sarda sempre più radicale e non incline al compromesso.

La soluzione progressista agli effetti della crisi in Sardegna passa per la questione nazionale: necessità di un progetto politico nazionale, anticolonialista, di rottura con le politiche dei partiti unionisti, un’alternativa nazionale progressista alla classe dirigente sarda che detiene il potere politico e la gestione dell’apparato burocratico-amministrativo della RAS. Lo sviluppo è anche figlio di una classe dirigente capace di contrattare con i poteri esterni- senza essere ad essi dipendenti, come lo sono gli esponenti dei partiti italiani- per l’interesse della maggioranza della popolazione sarda e interessato a difendere la nostra economia. Obiettivo minimo per la nostra organizzazione: ridefinizione del rapporto con lo Stato centrale con l’acquisizione di competenza primaria su politiche del lavoro e dell’istruzione; creazione di una politica sovrana entro queste due competenze.

L’indipendentismo sardo è il solo che può innalzare la bandiera della democrazia, della sovranità popolare, dell’uguaglianza, in questa epoca storica di reazione, crisi e opportunità.

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