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#aForas! Cap III – I falsi amici della lotta Popolare

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Terzo capitolo del Focus in quattro parti in cui spieghiamo chi, come e perché ha intenzione di mantenere attiva in Sardegna l’occupazione militare, i metodi utilizzati dalla politica isolana per mantenere le proprie posizioni di rendita agendo per una risoluzione reazionaria del conflitto in atto tra Popolo sardo e Stato italiano e la nostra idea di risoluzione dello stesso nell’ambito della lotta di liberazione della nostra nazione.

Cap 1  – La “Piattaforma Pigliaru (Pubblicato il 26/12/2014)
Cap 2  – Partito Democratico e Distretto Aerospaziale (Pubblicato il 30/12/2014)
Cap 3  – I falsi amici della lotta Popolare (Pubblicato il 05/01/2015)
Cap 4  – Lotta contro l’occupazione militare e lotta di liberazione nazionale (da Pubblicare)

Cap III – I falsi amici della lotta Popolare

Parecchi unionisti – a causa della propria caricaturale visione dell’indipendentismo – hanno accusato gli indipendentisti più intransigenti di voler “escludere dalla mobilitazione antimilitarista chi non è indipendentista” e quindi anche di volere condannare la protesta alla minorità, per il proprio estremismo. Ovviamente – tralasciando ogni considerazione riguardo le ovvie contraddizioni di una simile tesi, che pretende l’esistenza della “neutralità” (come se un atto politico possa essere super partes…) e tralasciando il fatto che una manifestazione pubblica non contempla controlli all’ingresso, come in una discoteca o in un locale chic – nessun indipendentista serio ha mai pensato di escludere, dalla lotta popolare contro i poligoni, i sardi che non militano nell’indipendentismo e non si dichiarano indipendentisti. In realtà, si è chiesto solo il rispetto della logica e quindi dell’intelligenza di tutti i sardi – di un qualsiasi orientamento politico – e cioè che in una mobilitazione antimilitarista non fosse lasciato spazio a quei partiti e movimenti politici che sostengono l’occupazione militare della Sardegna:

SEL e l’On. Michele Piras

Tra questi falsi amici della mobilitazione dei sardi contro l’occupazione militare, in questi ultimi giorni è emerso Michele Piras, deputato di Sinistra Ecologia e Libertà. Dopo essersi presentato a Capo Frasca il 13 settembre, ha deciso di non partecipare alla manifestazione cagliaritana di tre mesi dopo; le ragioni di questa posizione sono state spiegate in un toccante articolo dal titolo “La sindrome de su sirbone”, pubblicato nel suo blog personale. Il nostro, accusando gli indipendentisti di “settarismo” e addirittura di indebolire la lotta contro l’occupazione militare – secondo la solita visione caricaturale di cui si è scritto prima, qui mischiata a luoghi comuni sull’identità sarda e ad un mieloso richiamo a suo padre, per rivendicare la propria sardità ed il suo diritto, violato ovviamente dagli indipendentisti, a partecipare al 13S – si lancia nella convinta difesa di una soluzione di compromesso: “trovo imbarazzante l’idea secondo la quale se dovessero arrivare dei risultati parziali essi rappresenterebbero una sorta di “tradimento” della causa. Questa sorta di massimalismo nostrano è la miglior premessa per l’inconcludenza”. Ci chiediamo se l’onorevole di Borore motivi con analoga realpolitik la sua inqualificabile posizione in favore dell’arruolamento dei giovani sardi nell’Esercito Italiano, considerato come “una opportunità lavorativa e di crescita professionale” per  “tantissimi ragazze e ragazzi”.

Piras appare come un esponente della peggiore tradizione della Sinistra italiana: quella figlia di Togliatti, che maschera con il termine di “realismo politico” la propria nobilitazione del compromesso e del tradimento delle ragioni del popolo, volendo far credere ad esso che lo stesso serva in realtà a preparare la vittoria. Così come Togliatti a Salerno più che la “democrazia progressiva” preparò, invece, il trionfo del bastione reazionario democristiano, tradendo le ragioni della Resistenza, così il deputato del SEL prepara il terreno affinché i sardi accettino soluzioni di ripiego. Egli fa ciò esclusivamente per ovviare alla propria incapacità congenita di condurre una coerente lotta sino alla realizzazione di tutti e tre gli obiettivi minimi della mobilitazione. Infatti, senza il Partito Democratico – con cui SEL ha fatto un accordo che gli ha consentito di piazzare 37 seggi alla Camera e 7 al Senato, nonostante il suo misero 3% di voti – Michele avrebbe trovato Montecitorio esclusivamente su google… A ciò si aggiunga la posizione precaria di SEL nel Consiglio Regionale sardo – in cui ha piazzato 4 consiglieri, pur superando il limite consentito alle liste di solo il 0.16%. Sarebbe ingenuo non collegare gli inviti al moderatismo del On. Piras con il ruolo che esso ricopre entro l’economia degli interessi di SEL tra Sardegna ed in Italia, quindi nei rapporti con la filiale sarda del PD.

I Partitini “Sovranisti” e “di Sinistra”

La compartecipazione di interessi con il PD non riguarda solo SEL. Altri falsi amici della causa sono iRS e Rifondazione Comunista. Essi – con i loro rispettivi 0.82% e 2.03% – non avrebbero potuto piazzare rispettivamente uno e due consiglieri regionali senza un accordo con la filiale sarda del Partito Democratico. Dunque, seppure aderenti ufficiali nel 13S e 13D, non hanno nessuna credibilità per poter condurre una lotta contro le basi sino alle estreme conseguenze, cioè andando incontro alla definitiva rottura con il Partito Democratico e quindi con Pigliaru. Il PD esercita una sorta di accanimento terapeutico nei confronti di questi due movimenti politici in forte decadenza: infatti, solo un compromesso di comodo con la loro permanenza entro il centrosinistra unionista li può salvare dalla morte politica. La “Piattaforma Pigliaru”, ossia la chiusura di Teulada e Capo Frasca e l’ampliamento e “riconversione” di Quirra, rappresenterebbero per iRS e Rifondazione un’ottima soluzione per giustificare le due staffe in cui questi due Partiti tengono il proprio piede, al fine di poter conservare le proprie seggiole e convincersi di avere ancora senso di esistere.

Per capire quanto la lunga vita della Giunta regionale stia a cuore ai consiglieri di SEL (Francesco Agus, Daniele Cocco, Luca Pizzuto), iRS (Gavino Sale) e Rifondazione (Alessandro Unali) basta leggere la proposta di legge che hanno presentato il 25 settembre scorso, al fine di modificare la legge regionale 2/2014, per reintrodurre l’uso di soldi pubblici per pagare i propri collaboratori scelti a chiamata discrezionale e non tra i dipendenti regionali. E’ significativo che a proporre questa modifica siano stati soli esponenti di movimenti e Partiti che devono la propria permanenza consiliare all’alleanza elettorale col PD (tra questi, i due consiglieri del Partito dei Sardi Augusto Cherchi e Piermario Manca ed il consigliere rossomoro Paolo Zedda). Probabilmente, la causa di questa esigenza è dovuta alla necessità di distribuire incarichi e relativi emolumenti a persone “di fiducia” per ovviare – utilizzando la propria posizione di privilegio raggiunta grazie al PD – alla propria insignificanza politica nella società sarda.

Il Partito dei Sardi, pur non avendo mai aderito alle mobilitazioni contro i poligoni, rappresenta ugualmente un falso amico. Questa sua natura può essere compresa attraverso la lettura dell’unica nota ufficiale prodotta da questo movimento contro le servitù militari; con argomentazioni piuttosto imbarazzanti, il segretario del PdS Franciscu Sedda screditava velatamente la manifestazione del 13 settembre – definita come “negativa” – per lanciarsi in una sperticata difesa della Giunta Pigliaru, che tutti dovrebbero sostenere affinché sia più forte e legittimata per dare una svolta alla situazione delle servitù militari. Non può mancare una grande lezione di realismo politico: “ solo dando forza alle nostre istituzioni quando difendono i diritti dei sardi davanti allo Stato italiano possiamo ottenere risultati pur dentro una vertenza in cui siamo, è il caso di dirlo, completamente disarmati e ci confrontiamo con poteri soverchianti. Certo, tutti vorremmo poter schioccare le dita e interrompere i bombardamenti ma nel mondo reale la situazione è un’altra e il punto è che attaccare le istituzioni sarde in un momento come questo significa fare il gioco dello Stato italiano”. In sintesi: prima si cerca di sminuire la mobilitazione popolare, poi si cerca di indicare Pigliaru come l’unico che può risolvere la situazione, quindi si prepara il terreno a soluzioni di compromesso. Anche in questo caso, assistiamo al tentativo di mascherare i propri interessi di partito con quelli del popolo sardo, la propria incapacità di rompere con il PD con richiami alla necessità di sostenere la Giunta del PD.

Tutte le ambiguità del Partito dei Sardi sul tema si possono comprendere ascoltando le parole del sindaco di Macomer, Antonio Onorato Succu, una settimana dopo la grande mobilitazione di Capo Frasca. Ogni serio movimento indipendentista avrebbe preso le distanze da un suo esponente – per di più con un importante incarico amministrativo – che avesse detto: la presenza dell’Esercito, per la comunità che rappresento, è importante e di grande sinergia e collaborazione con il territorio (…) devono essere ridimensionate le polemiche che oggi imperversano sulle servitù militari (…) siamo felici di avere e vogliamo continuare ad avere la presenza militare (…)”.  Un vero e proprio intervento in difesa della Brigata Sassari da parte del sindaco della città sede del 5^ Reggimento Genio Guastatori dei “Dimonios”. Una contraddizione simile non può essere riscontrata in nessun movimento dell’indipendentismo coerente.

Il Movimento Cinque Stelle

Infine, per quanto non compromesso con il Partito Democratico, non possiamo non notare le contraddizioni di certi parlamentari sardi del Movimento Cinque Stelle. Se Emanuela Corda ha dichiarato “occorre ragionare sul ridimensionamento delle servitù militari, almeno sulla liberazione di alcune aree”, il senatore Roberto Cotti – che non si è perso una mobilitazione contro i poligoni – è stato tra i parlamentari sardi che hanno esultato per la suddetta abolizione del limite di altezza per l’ingresso nelle Forze Armate, sempre perché ritenuta una discriminazione. Inoltre, il movimento grillino in generale ha sempre cercato di apparire come una forza volta a restaurare i valori della legalità ed il senso dello Stato. Sembra un po’ contraddittorio, quindi, sostenere da un lato l’appartenenza allo Stato italiano, il diritto dei sardi ad arruolarsi in massa tra le fila dell’Esercito e contemporaneamente sostenere che la Sardegna non debba essere gravata da servitù militari, compatibilmente con gli interessi italiani. Questi dovranno pur tenere conto della particolare condizione geografica del nostro territorio, che lo rende perfetto per ospitare i poligoni più grandi d’Italia con impatto pari a zero per 55 milioni di cittadini dello Stato, e di quella sociale che ha reso la gente sarda, per lungo tempo, assai disposta a sopportare un peso contrario ai propri interessi in cambio della evanescente speranza di ottenere buste paga e posti di lavoro. Per lo smaltimento delle scorie nucleari il discorso non si discosta di molto. Partire dal presupposto della intangibilità dei rapporti di sudditanza tra Sardegna e Italia non è di nessuno aiuto per portare a buon fine la nostra protesta contro la presenza militare italiana e Nato.

Le contraddizioni dei movimenti politici qui analizzati rappresentano una prova ulteriore della impossibilità di scindere la battaglia contro i poligoni dalla lotta generale per l’emancipazione della nazione sarda. La prossima ed ultima puntata di questa analisi sarà focalizzata, appunto, sul ruolo che l’indipendentismo sardo deve giocare affinché la lotta contro l’occupazione militare giunga a buon fine.